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Macbeth in India

Year 2024
Macbeth in India

… senza la minima scintilla di buon gusto … in mezzo a tanta oscurità e stravaganza … sono stato io a mostrare ai francesi qualche perla che avevo trovato nel suo enorme letamaio …

Di sicuro il pubblico indiano ha accolto Shakespeare meglio di Voltaire.
Il buon Voltaire era in ottima compagnia nello stroncare Shakespeare, nientemeno di Lev Tolstoi, che non ci andò certo leggero nel criticare soprattutto la scrittura del bardo, la forma della lingua; trovava che non fosse arte, che mancava di misura e che i personaggi parlassero un linguaggio falso rispetto alla situazione in cui si muovevano, insomma non parlassero per se stessi ma come fossero tutti fonografi di Shakespeare…

 

Massimiliano Troiani

Pochi giorni fa ha debuttato ad Ahmedabad, una città, dell’India centro settentrionale, Macbeth di William Shakespeare, dando inizio a una tournée che lo porterà per tutto quell’immenso paese. Uno spettacolo nato dal suo incontro con l’attrice e danzatrice Mallika Sarabhai. La vostra prima collaborazione?
Ci conoscemmo nell’autunno del 2000. Con la compagnia La Grande Opera, partecipavamo a un festival di teatro di figura in Pakistan e da lì raggiungemmo poi quello di Ahmedabad in India, diretto da Mallika e sua madre Mrinalini, una delle più grandi danzatrici classiche indiane, ora scomparsa, che in quella città aveva fondato la Darpana Academy.  La regia dello spettacolo era di Laura Fasciolo, il testo era il mio, tratto da mitologie e storie (tragedie) dei Nativi Americani. Ebbe grande successo e in quell’occasione mi fu chiesto di andare a dirigere un dipartimento della Darpana; io, sinceramente, non avevo proprio intenzione di trasferirmi a vivere in India, decidemmo così che mi sarei limitato a curare la regia di uno spettacolo. Due mesi sarebbero stati sufficienti per l’allestimento; si decise per l’Eneide di Virgilio, con riferimenti a elementi alla cultura classica indiana, di cui io non ero proprio digiuno. E così andò in scena nel dicembre 2002.

 

Il vostro progetto ha un fratello maggiore in quel Globe to Globe che dal 2014 al 2016 ha visto Hamlet fare il giro del mondo, dal Polo Nord al deserto; in Italia ha fatto tappa in Vaticano. Voi perché avete scelto Macbeth?
Più che fratello maggiore quello può essere considerato uno… ”zio potente”, non ci può essere nessun paragone né di tipo produttivo né distributivo. Il nostro Macbeth ha uno sponsor italiano, la Nexion, una ditta di Sassuolo, perciò mi si chiedeva di lavorare su un testo italiano (o quantomeno europeo) e avere più collaborazioni italiane. Infatti le scene sono di Laura Fasciolo. Sulla scelta del testo ho considerato diverse ipotesi ma andava anche tenuto presente un ruolo femminile “di peso”, vista la partecipazione di un’attrice come Mallika. Ho considerato il Woyzeck di Büchner, Pirandello, Calvino, addirittura Eduardo… ma alla fine ho pensato che una tragedia scespiriana (dunque scritta già in lingua inglese, per quanto arcaica) che pone al centro dell’azione tematiche e personaggi “universali”, fosse la proposta più giusta. Inoltre è un testo con il quale ho un legame particolare: da ragazzo, fu il primo spettacolo a cui ho assistito in vita mia (con Tino Buazzelli al Quirino), quasi dieci anni dopo Macbeth mi si ripresentò all’università, quando lo portai per un esame con il grande Agostino Lombardo che aveva scritto un testo critico su questa tragedia; poi lo misi in scena nel 1987 a Roma, ma non ebbe un gran risultato: non ero ancora pronto per una regia di Shakespeare. Dunque volevo ritornarci, di tempo ne era passato… È andata bene.

Le prove del Macbeth

In un suo saggio sulla virtù cardinale della Fortezza (il Coraggio) la filosofa Michela Marzano scrive: ”Al di là di quello che ci raccontiamo, nessuno di noi è come vorrebbe essere. E quando ci guardiamo allo specchio, allora ci scopriamo meno belli, meno intelligenti, meno fantasiosi, meno sensibili di come vorremmo. E proprio in quel momento scatta la necessità del coraggio del riconoscersi e accettarsi come si è”. Coraggio che a Macbeth manca.
È noto che i grandi capolavori si distinguono perché offrono diversi livelli di lettura e vanno oltre il tempo e lo spazio: lo stesso Shakespeare “riscrive” la storia del Macbeth storico, vissuto cinque secoli prima di lui, che non fu neanche un sovrano tanto malvagio. Fece  lo stesso anche con altri personaggi storici, lui se ne serviva per usarli come suoi… fonografi, parafrasando Tolstoj. Quello che dice la Marzano è giusto, ma io ho cercato di andare oltre la lettura che si dà comunemente del Macbeth, ovvero una storia di desiderio di potere; io credo che vada molto più a fondo, è molto di più, è una tragedia che parla della Hubris , ovvero della stessa tracotanza di cui furono vittime Edipo, Prometeo, Adamo nell’Eden… A tutti questi è stato indicato un limite, una pietra terminale da non dover superare, ognuno di loro, invece, pensa di poter forzare tale limite “necessario” che la Natura ha loro imposto. Ed è esattamente ciò che l’uomo ha fatto negli ultimi secoli, ha superato le pietre terminali e i limiti che gli erano stati imposti nel rispetto della grande madre che l’accoglieva. Ora sta iniziando a pagare per la sua tracotanza, siamo solo agli inizi. Macbeth parla esattamente di questo; il protagonista cede e agisce sotto la spinta di una forza segreta e oscura che Shakespeare incarna nel personaggio della moglie, la potentissima e glaciale Lady. Non dimentichiamo che questa tragedia è considerata la più “greca” di quelle scritte dal bardo. Infatti il fato è elemento fondante, è lui l’autore di un copione che Macbeth deve recitare e portare a termine suo malgrado. Il protagonista, tornando alla sua domanda, non può accettarsi com’è, non gli è concesso: deve solo portare a termine il suo destino.

Come è stato lavorare con attori, musicisti, tecnici indiani?
L’impresa non è stata facile per diverse ragioni: io non parlo un inglese molto fluente, la lingua di Shakespeare usa dei termini e delle coloriture che agli attori indiani risultavano ostici, inoltre, lo stesso inglese parlato comunemente in India, risente delle inflessioni dialettali dei vari Stati, una caratteristica che comunque non volevo prosciugare del tutto, per non perdere quella varietà di pronunce innestate nello spartito scespiriano. Durante le prove, in cui erano impegnate quasi cinquanta persone, scorrevano almeno quattro idiomi! L’inglese, l’hindi (che è lingua nazionale) il gujarati (la lingua locale) il francese (mediante il quale chiedevo aiuto a Mallika quando avevo difficoltà a farmi capire) e – come se non bastasse – la lingua propria che parlavano tra loro gli attori che provenivano da altri Stati (magari dal Kerala o dal Tamil Nadu…). Ma per risolvere la Babele ha funzionato la “magia” del teatro, dove si riesce a comunicare anche con altri media; la musica, per esempio, a volte mi sentivo più direttore d’orchestra che regista, e la gestualità, quell’arte per la quale gli italiani sono conosciuti in tutto il mondo. È ovvio che per quanto riguarda le indicazioni ai tecnici bisognava conoscere i termini giusti: accendi o abbassa il controluce, per esempio, è una gran fatica spiegarlo …a gesti o in musica.

Mallika Sarabhai, Lady Macbeth

Lady Macbeth è una celebre attrice e danzatrice, qualcuno la ricorderà nel Mahabharata, uno spettacolo di Peter Brook che ha fatto epoca. Come ha reso il personaggio? E ci racconta come ha messo in scena la scena della follia, quella di “tutti i profumi d’Oriente non basteranno a lavare queste due piccole mani?” il pubblico cosa ha visto, cosa ha sentito.
È ovvio che è sempre un piacere per un regista lavorare con attori e attrici di un certo livello: il primo deve avere le idee più possibilmente chiare, l’attore deve recepire e trasformare in atto le indicazioni che gli vengono suggerite, ma essere anche disposto ad esplorare territori diversi che il regista…intuisce e vuole andare a verificare. Il bravo attore, se è sulla medesima linea, propone lui stesso delle soluzioni. Sia Mallika che Yadavan Chandran (Macbeth) sono stati molto duttili e curiosi, dunque di grande aiuto in questo senso. 

Per la famosa scena del sonnambulismo della Lady avevo già deciso di usare un’azione drammaturgica che fosse una citazione propria della tradizione del tarantismo meridionale italiano, studiato dal grande De Martino: in quella dimensione, le ragazze andavano in una sorta di trance e si appendevano a una corda appesa al ramo di un albero dondolando come un ragno, una tarantola appunto, che crea la tela. Praticamente ho riproposto l’Ayoresis, la festa dell’altalena, dove l’oscillamento asseconda la trance ma nello stesso tempo porta a uno stato di quiete, come fa il dondolio della ninnananna. Sul fondo della scena la proiezione dei palmi delle mani di Vishnu, con tutti i simboli annessi. Le mani insanguinate immaginate dalla Lady sonnambula, diventano mani “universali” macchiate di un rimorso ancestrale. Mallika era una Lady “agghiacciante” nel recitare quelle battute dondolandosi sopra l’altalena.

Mallika Sarabhai e Massimiliano Troiani

Il premio nobel Derek Walcott ha usato il teatro come elemento di fusione fra differenti culture, una strada per far trovare un’identità alla sua gente, quella dei Caraibi. Lei crede che davvero il teatro possa dare un contributo profondo in questo senso?
Sì, ma sinceramente credo che lo possano fare tanto il teatro come – forse anche meglio – la musica o la danza, che sono media molto più… diretti. La maggior parte del teatro si basa sulla parola e questa va tradotta e compresa, dunque ha un passaggio in più. La musica anche ha bisogno di un passaggio razionale, esplicativo e se si conosce la sintassi della musica indiana, per esempio, si entrerà meglio nell’ascolto di un raga, ma se non si ha questa possibilità, potrò goderne lo stesso e profondamente pur ignorandone gli aspetti tecnici. Il teatro è stato spesso usato anche negli ospedali psichiatrici, quando ancora esistevano, non con finalità terapeutiche, ovviamente, ma come potenziale mezzo di aiuto in percorsi di recupero della persona sofferente.  

Le prove del Macbeth

Massimiliano, come ha trasmesso la poesia, la meraviglia dei dialoghi de L’Homme Ocean, come lo chiamava Victor Hugo.
Shakespeare ha dei momenti di poesia sublime, dunque… si trasmette da solo. Essendoci nello spettacolo tanti segni diversi e svariate soluzioni tecniche, ho cercato di isolare alcune frasi e alcuni passaggi, sia creando il silenzio e l’immobilità attorno a questi momenti, sia proiettando alcune frasi scritte sulla parete di mattoni che è sul fondo della scena.

La scenografia, come sempre nei suoi spettacoli, è di Laura Fasciolo. Come è stata la sua esperienza?
Avevamo la fortuna che il teatro Natarani, dove si recitava, è uno spazio teatrale all’aperto “naturalmente elisabettiano” ovvero con un ring, come quello del Globe Theatre di Shakespeare, niente sipario però con la platea ad anfiteatro. Certo, lavorare all’aperto in una trafficata e vivace città indiana, significa fare le prove con scimmie, corvi e splendidi pavoni che assistono accanto al palco, e poi le preghiere del muezzin della moschea accanto, le campanelle dei templi hindu, le immancabili sirene delle ambulanze…Insomma la concentrazione nel silenzio di cui in Occidente sembra non si possa fare a meno, te la potevi scordare. Per le scene, Laura ha aggiunto delle quinte di forma irregolare che alternavano il nero (dell’oscurità) e il rosso (del sangue): i due colori fondamentali del Macbeth. Sia per i costumi sia per le musiche, ci siamo tenuti fuori da ogni riferimento storico preciso, proprio per riconoscere quanto, questa tragedia, sia la più universale tra quelle di Shakespeare. In proposito è molto interessante leggere quanto Pasolini scrisse a sul senso di “destabilizzazione” che, da ragazzo, provò a seguito della lettura del Macbeth.

Macbeth è ricco di elementi magici, quasi fiabeschi. Per metterli in risalto, le è stata utile la sua esperienza di marionettista, la sua frequentazione di maestri del Teatro di Figura come Otello Sarzi o Mariano Dolci?
Shakespeare in molti suoi lavori inserisce elementi del mondo magico e il Macbeth abbonda di tali riferimenti. Già la frase d’apertura “Bello è brutto e brutto è bello “ ripetuta dalle streghe, rappresenta il diapason a cui deve accordarsi tutta la tragedia, quasi un mantra, visto che siamo in ambito indiano. È un messaggio atrocemente intenso che, proposto in forma teatrale, dunque favolistica, colpisce ancora più a fondo. Nel nostro allestimento il re Duncan è una grossa marionetta come pure Lady Macduff e suo figlio: tutti e tre, rappresentanti della luce contrapposta alle tenebre, muoiono accoltellati. 

Dal punto di vista drammaturgico la frequentazione dei due maestri citati, e di anni di militanza nel teatro di figura, mi ha sempre in qualche modo influenzato, invece per quanto riguarda i riferimenti alla magia mi è stato molto utile il bagaglio di conoscenze appreso in anni di frequentazione – non partecipazione …- dei riti vudù (veri…) in tanti anni d’Africa. Certe posture e gestualità delle persone che vanno in trance, sono le stesse descritte per quanto riguarda le menadi greche o le yogini indiane.

Una pausa per il regista Troiani

Suona ancora la batteria? Che musiche ha utilizzato per questo spettacolo?
La batteria è stata un’esperienza giovanile, che ho abbandonato presto, senza diventare mai un batterista vero. La musica è alla base di ogni mio lavoro, sia nel teatro che nel cinema e addirittura nella fotografia. Mi sono sempre nutrito di musica, tutta… E posso dire che ogni mio lavoro inizia dalla musica, compreso il montaggio di un documentario.  Nel Macbeth ho arditamente usato, con ottimi risultati, sonorità tra le più diverse: due canzoni napoletane (Fenesta ca luciva e Com’è bella a muntagna stanotte) cantate dal vivo; gli amici indiani ancora mi ringraziano per avergliele fatte conoscere insieme agli sconvolgenti Tenores di Bitti della Sardegna, usati nella scena delle streghe. Non poteva mancare il Trema Banquo dal Macbeth di Verdi e poi un frammento di citazione del solo coro – sempre dal vivo – di Knockin on Heaven’s door di Dylan (qui però si bussava al portone di Duncan…). Ho usato la base di A whiter shade of pale per la festa a corte, su cui cantava Mallika/Lady Macbeth, e poi un giovane soldato viene ucciso da Macbeth mentre intona John Barleycorn must die. Un canto armeno per il funerale di Duncan. Altre musiche originali sono state composte da Raag Sethi.

Mallika Sarabhai

“ … e son partito per l’Oriente, elefanti in carovana verso il mare e l’avventura …” cantava nel 1970 Sergio Endrigo. Ha trovato ancora qualcosa dell’Oriente di Emilio Salgàri e Jules Verne, quello che sognavamo da ragazzi, in questo suo indimenticabile viaggio shakespeariano?
Mi fa piacere che lei citi Endrigo, da me tra i più amati artisti della canzone italiana, purtroppo dimenticato.  Quando andai in India la prima volta, da solo nel 1974, con zaino e sacco a pelo, le tracce indiane di certa letteratura da lei ricordata (ci aggiungerei anche Herman Hesse e qualche poeta beat) erano senz’altro più diffuse. Il mondo tutto è cambiato molto velocemente negli ultimi cinquant’anni e ovviamente anche l’India è cambiata, pur mantenendo in filigrana certe sue proprie atmosfere e tradizioni. La perdita più grave, a mio avviso, è quella dello spirito del Mahatma Gandhi e dei principi fondamentali su cui fu costruita, nel ‘48, l’India moderna. La politica attuale del subcontinente sta accantonando la filosofia che era alla base della politica di Gandhi, come, in altro ambito – mi perdoni il paragone meno azzardato di quanto sembri – in Italia sia stata dimenticata la poesia che era nelle canzoni di Endrigo. The Times They Are A-Changin’ cantava Dylan, ed effettivamente Now they have changed ma mica ce l’aspettavamo che cambiassero in tal misura e, soprattutto, in tal forma…